LUMIERE
film della stagione 2000/2001

La lingua del santo

Nella solita intervista di rito per il lancio del suo settimo film, Carlo Mazzacurati, uno degli autori di punta della nostra cinematografia, lo ha definito "malincomico". Definizione quantomai azzeccata per un film che, prendendo il via dal dramma di due sradicati dalla vita che si improvvisano ladri, assume in più di un'occasione i toni del racconto picaresco infarcito di stranezze, sorrisi e qualche lacrima. Antonio è un ex giocatore professionista di rugby che si è ridotto a farsi pagare per i tiri piazzati, Willy faceva il rappresentante di articoli di cancelleria e aveva una moglie (Isabella Ferrari) di cui era innamoratissimo, ma che lo ha mollato per un chirurgo volgare e fedifrago (Ivano Marescotti). Una notte le loro vite si incrociano e sarà l'inizio di un'avventura che li vedrà, nel giro di pochi mesi, braccati dalla polizia nonché da un industriale arcigno e incazzoso (un superbo Giulio Brogi). L'oggetto del contendere è la reliquia che contiene la lingua di Sant'Antonio da Padova di cui i due dropout, interpretati con un affiatamento non comune da Bentivoglio e Albanese, si sono impossessati durante una delle loro scorribande. Ancora una volta, come già in Un'altra vita, Vesna va veloce e Il toro, Mazzacurati si fa carico di rappresentare l'altra faccia della medaglia, ovvero quel mondo parallelo e divergente popolato di esistenze all'apparenza normali ma in realtà attraversate da un'inquietudine che sconfina spesso nella disperazione più cupa. Il regista padovano, ambientando la vicenda nell'ormai mitico Nordest, la zona a più alta concentrazione industriale d'Italia dove il verbo più (ab)usato è produrre ed è considerata quasi criminale la condizione di disoccupato, mette in atto la sua evidente provocazione, ammantata da un alone di improbabilità che rende ancora più simpatici Willy e Antonio. Alle prese con un affare più grande di loro, i due si danno alla macchia come solo due cialtroni d.o.c. possono fare, ma a conti fatti non è azzardato parlare di riscatto. Accusato spesso di saccheggiare tempi e situazioni della grande commedia italiana (in questo caso I soliti ignoti), Mazzacurati a ogni nuovo film aggiunge qualcosa alla sua visione del cinema e della vita, andando a scardinare, seppure coi toni tipici della commedia, alcune certezze granitiche dei nostri connazionali. E tratteggia con affettuosa partecipazione i ritratti di due uomini messi ai margini dalla vita che cercano disperatamente un motivo per andare avanti. Sullo sfondo di una laguna che assume un ruolo determinante anche in termini di economia narrativa (è il luogo dove Willy riesce a trovare un minimo di serenità) Mazzacurati sembra affermare sommessamente che gli uomini, fortunatamente, non sono tutti uguali, e anche da queste parti non va esattamente tutto a gonfie vele.

La lingua del santo di Carlo Mazzacurati
con Fabrizio Bentivoglio, Antonio Albanese, Isabella Ferrari, Ivano Marescotti, Giulio Brogi
Italia, 2000. Durata: 110 minuti.

[riccardo bevilacqua]
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