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Testa alta o capo retto? Rumores dai mondiali
Un prologo all'insegna dell'efficientismo. Sul fronte dell'ordine pubblico, per esempio, l'organizzazione non
conosce sbavature. Agli agenti di frontiera giapponesi non sfugge un neutrino di hooligan. I controlli al computer
sono minuziosi e implacabili e i tifosi con trascorsi curriculari poco rassicuranti vengono rispediti a casa senza
troppe cerimonie: la polizia giapponese non sorride, per definizione. Nei comuni che si trovano in prossimità degli
stadi in cui si giocano partite considerate a rischio - quelle in cui c'è di mezzo il tifo etilista del Nordeuropa -
viene decretata la chiusura delle scuole. Serrande abbassate, distributori automatici rimossi, le auto in sosta trasferite
di peso in parcheggi meno accessibili. E ovunque agenti di pattuglia. In divisa, in borghese. Anche sul fronte del folklore,
tutto è concertato a pennello per regalare a questi mondiali la splendida lezione di un tifo festoso e variopinto, passionale
e pacifico (di cui, come di norma, la versione coreana non riuscirà a non essere la squallida imitazione in salsa piccante).
Poi, dopo lunga e sofferta attesa, per le due squadre più amate dell'arcipelago ecco albeggiare il giorno del giudizio: il
Giappone affronta la Turchia, l'Italia la Corea del Sud. L'entusiasmo per gli inattesi successi messi a segno sin qui dal team
nipponico è alle stelle. Molti pregustano il bis dei baccanali seguiti a Russia-Giappone: attempati salaryman che si scambiano
abbracci con ossigenatissimi giovani in maglietta blu; manipoli di tarantolati che si tuffano dai ponti delle città e sguazzano
nell'acqua plumbea dei canalacci. L'Italia, a dire il vero, non ha soddisfatto granché le aspettative, ma i più pregustano un
suo brillante riscatto a spese della Corea. Aria di festa, insomma. I pochi saggi che hanno avuto l'accortezza di consultare il
calendario lunare shintoista, tuttavia, sanno che martedì 18 giugno è shakko, giorno infausto. Primo pomeriggio. Negli affollati
caffè delle metropoli si fa silenzio. Risuonano le note solenni del Kimi gayo, l'antico inno nazionale. Occhi lucidi, cuori
divaricati. Poi inizia lo sfortunato incontro con i turchi. A sera bandiere in tasca. Le ormai esigue scorte di speranza sono
tutte per l'incontro degli azzurri, deportati nell'ostile e rozza Corea. Il cronista di Nhk, la rete nazionale nipponica, appare
subito smaccatamente filocoreano, come impone il nuovo corso delle relazioni politiche tra i due paesi, ma il cuore della gente
è in massima parte con noi. Ancora una volta il calendario shinto ci azzecca, e la partita va come va. La delusione è grande. Lo
sparuto gruppetto degli italiani inizia a salmodiare il suo anatema contro la terna arbitrale. Ma i giapponesi non si uniscono
al coro delle prefiche. In un paese che ha eletto la sfioritura, l'evanescenza, a principio cardinale della propria estetica
quotidiana, quando si perde, giustamente o ingiustamente che sia, si perde. I ricorsi in appello sono malvisti. «Ricordo ancora
l'istante in cui Baggio sbagliò il rigore decisivo - commenta l'amico Koyama - ai mondiali di... otto anni fa? Sistema il
pallone sul dischetto, prende la rincorsa, calcia... e la palla vola alta sopra la traversa. L'Italia è fuori, ma lui, Baggio,
serba il contegno dei grandi combattenti, vive la sua sconfitta con dignità, a testa alta, come un autentico samurai. Per questo
piace ai giapponesi». Se mai il calcio è degno di tanta morale...
|da tokyo _ luca vanni _ 7.2002|
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