MADE IN JAPAN
mode e modi dal paese del sol levante
 
La new frontier del ciclismo kamikaze

Chissà per quale arcana ragione in un lontano giorno della Belle-époque qualcuno da queste parti decretò che le carreggiate urbane dovessero restare off-limits ai ciclisti. Fatto si è che nelle città nipponiche l'uso della bicicletta è da sempre confinato ai marciapiedi. Un uso ardito e intensissimo peraltro. Nel Paese del Sol Levante la bicicletta è bene di larghissimo consumo, e se per un verso ciò ha incentivato la ricerca e l'innovazione nel settore (comunissime le biciclette con motorino elettrico ausiliare), per altro verso ha generato una serie di fastidiosissimi problemi. A quello, tradizionalissimo, del furto, imputato non senza ragioni agli immigrati americani e asiatici, specialmente cinesi, si è di recente aggiunto quello del parcheggio selvaggio. Sembrerà strano per un paese-sistema come il Giappone, dove l'organizzazione, la struttura e il servizio sono tratti del Dna nazionale, ma qui nessuno ha sinora trovato come ovviare all'evidente carenza di parcheggi per due ruote a pedale; e così passeggiando per le grandi metropoli non è difficile imbattersi in grandi ammassi di biciclette affastellate alla rinfusa. Forse in risposta a questi due problemi, negli ultimi mesi ha preso a proliferare sui marciapiedi delle città un'eccentrica genia di microscooter e monopattini a motore, economici, portatili e di minimo ingombro. Per guidarli non è necessaria alcuna patente, basta avere raggiunto i 15 anni di età. Il propulsore di cui si avvalgono è un motorino elettrico che consente di raggiungere la dignitosissima (per un marciapiede) velocità di 20 chilometri orari e che con quattro ore di carica garantisce un'autonomia di oltre 30 chilometri. Come accennato, si tratta di motoveicoli pieghevoli e almeno in linea teorica portatili: i modelli più evoluti e complessi pesano intorno ai 25 chilogrammi. Per quanto concerne il prezzo, i monopattini motorizzati si collocano decisamente al di sotto delle biciclette elettriche: quelli di buon comando costano meno di 100 euro, specie se venduti a componenti smontate. Agli occhi del giapponese medio quest'ultima soluzione, lungi dal presentarsi come un gravoso incomodo, appare invece un solleticante invito al sempre amato bricolage, un cimento modellistico che permette all'acquirente di familiarizzare a fondo con il proprio ersatz locomotorio. Il limite principale del mezzo è semmai la portata di carico, che in molti casi non arriva ai 90 chilogrammi; ma come si sa i giapponesi non si distinguono per l'imponenza della loro mole (2.700 chilocalorie giornaliere contro le 3.600 dell'Italia). Nulla, comunque, al cospetto del vantaggio incalcolabile dell'assoluta dispensa dall'uso del casco: chiunque abbia sostato anche per un solo minuto a casco indossato sotto il sole cocente dell'afosissima estate giapponese non può non giubilare. La produzione dei microscooter e dei monopattini elettrici in commercio nell'Arcipelago non è esclusivamente nazionale. Spesso manifesti e inserzioni pubblicitarie fanno a gara per esibire ascendenze prestigiose quali l'Europa e gli Stati Uniti. Quando poi il nome del paese di provenienza del mezzo è velato da una cortina di pudicissimo silenzio, si ha la certezza di trovarsi dinanzi a un manufatto di origine cinese. Némesi avanza anche in monopattino.

|da tokyo _ luca vanni _ 10.2002|
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