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Dei delitti e della pena
In questi giorni di non ingiustificata psicosi da attacco terroristico, non sarà difficile per i nostri lettori
richiamare alla mente il tremendo incidente tokiese del 1995, quando esponenti della setta Aum Shirinkyo liberarono
gas nervino in un'importante stazione del centro, uccidendo dodici persone e ferendone gravemente cinquemila. Oggi, a meno di
dieci anni dall'attentato, i giornali nipponici ci informano che Seiichi Endo, l'alchimista del gas sarin usato per
l'attacco, è stato condannato a morte. La pena capitale in Giappone: eccoci, per una volta, a sfiorare un tasto greve
e triste dell'universo nipponico, una corda sensibilissima sulla quale si sono spesi fiumi parole, spesso a vuoto e
spesso a vanvera. Il Giappone dispensa sentenze capitali con estrema parsimonia e centellina le relative condanne alla
una media di due giustiziati l'anno. Uno dei tópoi indefessamente corroborati dalla nostra stampa è quello del mistero
che circonderebbe la modalità delle esecuzioni. Se è vero che la legge nipponica non prescrive l'adozione di alcun metodo
in particolare, a partire dal secondo dopoguerra si è di fatto adottato il sistema dell'impiccagione. Comprensibilmente
il Ministero della Giustizia giapponese non investe né tempo né denaro per pubblicizzare le procedure di esecuzione, ma
chi desideri informazioni dettagliate a riguardo può attingerle con una certa facilità. Verrà così a sapere che alla presenza
di magistrato competente, direttore del carcere, medico e ministro religioso, il condannato, occhi bendati e arti legati,
viene sistemato in piedi su un piattaforma che si spalancherà per mandare in tensione la corda. Attualmente le prigioni
attrezzate per eseguire le condanne capitali sono sette, dislocate in tutto il paese: Sapporo, Sendai, Tokyo, Nagoya, Osaka,
Hiroshima e Fukuoka. Il diritto penale nipponico prevede la condanna a morte in casi circostanziatissimi, quasi tutti
riconducibili all'omicidio plurimo premeditato o all'omicidio con particolari aggravanti (sevizie, stupro, rapimento con
richiesta di riscatto, ma anche finalità di truffa o di rapina), fattispecie per cui dalle nostre parti una giustizia armata
di pena capitale sarebbe costretta a vere ecatombi, mentre in Giappone può limitarsi a rari, sporadici colpi di bisturi.
Interessante notare come, in onore alla morale confuciana, il diritto penale giapponese inquadri il parricidio e il matricidio
in una speciale categoria. Se nell'Impero del Sol Levante le condanne capitali mancano dell'arbitrarietà e dell'efferatezza
che si riscontrano in altri paesi (molta parte del Medio Oriente o la Cina, per esempio), il periodo di detenzione che
intercorre tra la pronuncia della sentenza e l'esecuzione può dilatarsi all'inverosimile. La statistica fornisce una media
di otto anni, ma a volte il reo ha dovuto attendere fino a trent'anni, e non rari sono i casi di condannati deceduti in
carcere per morte naturale sopraggiunta (il suicidio, invece, è scongiurato dalle telecamere sistemate in cella). Negli
ultimi anni sull'intera questione si è aperto nella società civile giapponese un acceso dibattito, alimentato dalla circostanza
che nel passato remoto e recente del paese gli episodi di moratoria non sono mancati. Quanto al giudizio dell'occidentale,
esso non può e non deve prescindere da un'attenta considerazione del sostrato tradizionale su cui il fenomeno si innesta, pena
il rischio di muoversi con la grazia di un elefante in una cristalleria.
|da tokyo _ luca vanni _ 12.2002|
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