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mode e modi dal paese del sol levante
 
Dell'Onorevole Luna Perfetta

Che gusto ha il Natale giapponese? Quello di una scipita mascherata post-romantica a metà tra Halloween e San Valentino: grandi magazzini rigurgitanti di kitscherie (molto in voga gli abitini da Mamma Natale), confuse luminarie ipertecnologiche, alberghi e ristoranti in balìa dalle coppiette, orripilanti refrain anglosassoni ricucinati in salsa di soja. Roba fasulla, insomma. Il fatto è che qui la festa, la vera grande festa annuale, è Oshôgatsu (l'Onorevole Luna Perfetta): Capodanno. Sebbene slittata al primo gennaio in ossequio al calendario solare d'importazione occidentale, Oshôgatsu resta ancora una piccola summa di antiche tradizioni. Come per la vita del singolo individuo, la morte dell'anno è terreno di competenza dei buddhismo, mentre la nascita pertiene allo shinto. Così la notte dei 31 dicembre molti giapponesi si radunano presso i templi buddhisti per dare il commiato all'anno che si chiude. Monaci e laici fanno risuonare 108 volte le grandi campane di bronzo: ogni rintocco purifica un bonno, come si chiamano i peccati secondo il buddhismo nipponico, che ne classifica appunto 108. Le luci sono fioche e il silenzio, teso e profondo, è punteggiato dalla cantilenazione di antiche salmodie. Nonostante il gelo notturno e l'incalzare del cinismo postmoderno, la cerimonia riesce ancora a radunare discrete folle, tanto che i monaci si vedono spesso costretti a disciplinare gli astanti distribuendo cartellini numerati: "Lei batterà il peccato 12, lei il 17, lei il 29", e così via. Quando il numero degli aspiranti rintoccatori supera di molto il 108, ogni cartellino viene fatto valere per un piccolo gruppo, che aziona il grande battacchio di legno collettivamente. Si ha notizia però di templi in cui si ammettono rintocchi supplementari, forse alla luce della considerazione che i peccati sono in fondo inesauribili. Dopo il rito notturno del 31, si va a nanna con una certa sollecitudine, per ridestarsi la mattina di Capodanno e consumare l'avanguardia dell'osechiryôri, un insieme di piatti speciali dalla complessa valenza simbolica. II primo gennaio il testimone passa al santuario shintoista. Questa volta le folle che si raccolgono sono realmente oceaniche. Lo scopo dell'immane assembramento è raggiungere l'altare principale, lanciare una moneta nella grande cassetta dell'elemosina, battere un paio di volte le mani per destare l'attenzione del kami, il genius loci, e acquistare una freccia d'arco bianca cui è legata una tavoletta lignea con l'effigie dell'animale eponimo dell'anno. Scritti sulla tavoletta i desideri per l'anno nuovo, la freccia viene consegnata agli inservienti del santuario, affinché il kami mandi a segno gli auspici del postulante. Chi vuole può completare l'operazione consultando l'omikuji, generica sentenza oracolare stampata su piccoli fogli di carta da annodare ai rami degli alberi che sorgono all'interno del sacro recinto. La mattina di Oshôgatsu si trascorre quasi sempre in famiglia, anche se non necessariamente a casa. Gli adulti elargiscono ai bambini l'otoshidama, un sobrio involucro cartaceo farcito di banconote, e i bambini si dilettano in giochi pieni, ancora una volta, di risonanze simboliche: l'aquilone, la trottola e il volano. Nelle case in cui regna una certa cultura si pratica lo hyakunin isshu, "cento autori, una poesia", un'antica e raffinata disfida letteraria a colpi di carte colorate e versi classici. Per le famiglie di palato meno fine c'è la televisione.

|da tokyo _ luca vanni _ 1.2003|
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