MADE IN JAPAN
mode e modi dal paese del sol levante
 
Venti di guerra in odor di Tepodong

Come quella italiana, anche la Costituzione giapponese sancisce il ripudio della guerra quale strumento di composizione delle controversie (all'articolo 9). Per facilitare l'assimilazione del dettato costituzionale in un popolo più schematico dei tedeschi e meno autocosciente degli italiani sono state inventate o riesumate formule-lampo che i cittadini del Sol Levante ripetono a memoria appena se ne presenti l'occasione. Così, per esempio, quando lo straniero menziona le "forze armate" nipponiche, viene invariabilmente corretto: «Forze di autodifesa: noi non abbiamo un esercito!». Formule, ma formule non vuote. Da buoni contadini (e pescatori), i giapponesi sono un popolo fondamentalmente pacifico e la catastrofe dell'ultimo conflitto mondiale, con l'epilogo atomico di Hiroshima e Nagasaki, ha radicato nel loro animo la profonda convinzione che dalle guerre è meglio tenersi alla larga. Qual è dunque la posizione dei giapponesi nei confronti di un'eventuale guerra in Irak? Non diversamente da quanto accade in alcuni paesi europei, la linea ufficialmente adottata dal governo e il sentimento generale della popolazione non sono in consonanza. All'indomani dell'11 settembre 2001, le reiterate sollecitazioni americane per un coinvolgimento più o meno diretto del Giappone nelle operazioni in Afghanistan furono evase dall'allora ministro degli esteri Makiko Tanaka con dilatori atti di solidarietà formale. L'opinione pubblica giapponese metabolizzò il messaggio nei termini seguenti: il terrorismo è un fenomeno spaventoso e va combattuto, ma l'arroganza e il mancato rispetto delle culture altrui non sono i metodi più indovinati per estinguere la fiamma del fanatismo. In occasione della crisi irachena il governo giapponese, e in particolare l'attuale ministro degli esteri Yuriko Kawaguchi, ha pensato di mostrare all'America maggior zelo che in passato, forse alla luce dell'improvviso deterioramento dei rapporti con la Corea del Nord. Per quanto concerne il sentimento dell'opinione pubblica, non è facile formarsi un'idea equilibrata. Sul punto i mass-media nipponici, tradizionalmente asserviti al governo in carica, sono poco attendibili, oltre che singolarmente silenziosi. Parlando con la gente si ha comunque l'impressione che la maggioranza dei giapponesi provvisti di un'opinione in merito alla crisi sia decisamente sfavorevole a un attacco unilaterale preventivo contro l'Irak. Tale sfavore, che in qualche occasione si è espresso attraverso manifestazioni di piazza, è il complesso prodotto di più fattori. Oltre alla già citata propensione generale alla pace c'è per esempio il mai sopito risentimento nei confronti della superpotenza d'oltreoceano, che dopo la vittoria militare, ha trionfato anche in campo economico, industriale e tecnologico. Il rapporto dei giapponesi con il mondo americano è a dir poco ambivalente. Né lo tsunami di faciloneria e violenza hollywoodiana recentemente propagato da schermi e teleschermi ha avuto ancora il tempo di produrre i suoi effetti omologanti (consumismo e disgregazione sociale, per esempio, sono solo agli esordi). A ciò si aggiunge la considerazione pragmatica che l'Irak è una terra lontana e che nel Paese del Sol Levante gli islamici rappresentano una minoranza marginale, sebbene non particolarmente simpatica né conciliante. Quanto al petrolio, il Giappone si approvvigiona in altre aree (e a buon mercato). Ben più incombente appare a molti la minaccia della Corea del Nord. Dall'agosto del 1988, quando un missile Tepodong nordcoreano sorvolò il Giappone e andò a inabissarsi nel Pacifico, tutti i giapponesi sanno che l'Arcipelago è alla portata dei vettori di Pyongyang, e va facendosi strada la persuasione che il regime nordcoreano non sia né meno imprevedibile né meno pericoloso di quello iracheno: non sarebbe più assennato procedere anzitutto contro Kim Jong-Il? C'è infine una bizzarra e sparuta minoranza di nipponici che si domanda perché mai il massiccio possesso di armi di distruzione di massa dovrebbe essere appannaggio esclusivo degli Stati Uniti: un double standard, anche se tinto di democrazia, resta sempre un odioso double standard.

|da tokyo _ luca vanni _ 3.2003|
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