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mode e modi dal paese del sol levante
 
Wan, bau, ciao! Dialettica da cani

A meno di non includere nella sfera delle bestiole da compagnia il grillo, la lucertola e il cervo volante, l'amore dei nipponici per gli animali domestici è storia piuttosto recente. Lo suggeriscono anche alcuni indizi della lingua giapponese, dove il termine per "animaletto domestico da compagnia" è petto, per consueta deformazione dall'inglese "pet". Il petto per eccellenza è in queste lande il cane. Ne esistono antichissime razze autoctone di singolare bellezza e provata intelligenza, come lo Shiba inu o l'Akita inu, ma in strada si incrocia un po' di tutto; parchi e marciapiedi giapponesi sono un fiorire di corgi, fox terrier, golden retriever, più qualche raro e sempre amabile bastardino. Tutti rigorosamente al guinzaglio del padrone. Il randagismo è un fenomeno sconosciuto. Il pianto delle scarpe, flagello di territori a civismo e civiltà limitati (ad esempio l'attuale Milano), è scongiurato persino nei campi incolti dall'uso metodico della paletta asporta-deiezioni. Ululati, guaiti e latrati, diurni e notturni, sono inibiti dalla ferrea disciplina cui il cane viene assogettato in tenera età. Nulla fuori posto, insomma. Fuorché il tasso di distorsione antropologica del rapporto cane-uomo, che in Giappone è veramente abnorme. Qui per il cane si organizzano feste di compleanno, con tanto di invitati a quattro zampe e regalini; per il cane si acquistano peduline e sciarpette, cappottini e berretti, spesso firmati; le cure estetiche sono all'ordine del giorno, e c'è persino chi modifica l'interno dell'auto o della camera da letto in funzione del migliore amico dell'uomo. Il petto è insomma un surrogato dell'odiosissimo bimbo onnipotente che tanto va di moda nelle nostre famiglie (ma pedolatria e puerocentrismo sono in auge anche quaggiù). Fino a ieri, però, sul cucciolo di uomo il cane poteva vantare per dono di natura un privilegio incalcolabile: quello di non poter parlare e dunque di non importunare mamma e papà con querimoniosi «voglio, voglio, voglio...». Fino a ieri - dicevo - perché ad abrogare il privilegio ha recentemente provveduto la Takara Co. Ltd., terzo produttore di giocattoli del Giappone. Nel tentativo di elevare il rapporto antropologico con il petto a relazione linguistica biunivoca, gli ingegneri della Takara - in collaborazione con quelli della Japan Acoustic Lab e quelli del provider di telefonia mobile Index Corporation - hanno messo a punto il primo traduttore elettronico lingua canina-lingua umana. Si chiama Bau-lingual - nome occidentalizzante, perché tradizionalmente in Giappone il verso del cane è "wan" (pronuncia "uàn") - ed è disponibile nei negozi dell'Arcipelago dallo scorso febbraio al costo di circa 100 euro. Il Bau-lingual si presenta come un piccolo apparecchio composto da due unità: un microfono a collare da applicare alla gola del cane e un piccolo satellite ricevente. Ogni fonazione del cane viene trasmessa al satellite, che ne decodifica il messaggio all'infrarosso trasformandolo in voce e lingua umana. Il Bau-lingual inquadra i versi canini in sei categorie emotive e li traduce in un lessico di duecento parole. La classificazione è il frutto di uno studio operato su duemila suoni registrati in cento diversi esemplari di cane. Per sfruttare al meglio le potenzialità dello strumento occorre inserire nell'unità ricevente i dati relativi all'età, la razza e il sesso del cane cui è applicato il microfono. Ciò fatto, l'altoparlante del satellite entrerà in funzione: «sono felice», «mi sto divertendo», «mi annoio», «ce l'ho fatta», «mi sento giù»... Il sentimento del cane riceverà anche rappresentazione iconografica nel display a cristalli liquidi del satellite, e nello stesso display troverà approfondita descrizione nella speciale modalità "Dog diary". Oltre alla versione felina del Bau-lingual, attualmente la Takara sta mettendo a punto un sistema per trasmettere gli impulsi fonici del cane direttamente al telefono cellulare, nonché un Bau-lingual mail per la trasmissione automatica di email da petto a padrone. Con un'aspettativa di vendita di circa 200mila pezzi per il solo mercato interno, l'azienda sta inoltre sondando l'eventuale riscontro del prodotto nei principali mercati esteri. Per ora, infatti, il Bau-lingual parla solo giapponese, idioma in fin dei conti non meno imperscrutabile della lingua del petto.

|da tokyo _ luca vanni _ 4.2003|
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