MADE IN JAPAN
mode e modi dal paese del sol levante
 
I bassifondi dell'organizzazione

Della stretta recessiva che dalla metà degli anni Novanta attanaglia l'economia giapponese scarse sono le tracce immediatamente rilevabili nella quotidianità del Sol Levante. Scarse, ma inequivocabili. La più eloquente di tutte consiste in una particolare e sempre più estesa modifica del paesaggio urbano. A Tokyo come a Osaka, a Nagoya come a Yokohama, e persino in città d'arte come Kyoto, attaversando i parchi pubblici, camminando lungo gli argini dei fiumi o passando sotto le grandi sopraelevate autostradali è praticamente impossibile non scorgere qua e là piccoli agglomerati di teloni in plastica azzurra. Ancorati a terra mediante un rudimentale sistema di tiranti, fungono da tetto a improvvisate abitazioni - patchwork di cartone e compensato. Sono le tende degli hoomuresu (dall'inglese homeless), i cittadini nipponici senza fissa dimora. A differenza dei barboni nostrani, gli hoomuresu sono in massima parte persone bruscamente estromesse dal mercato del lavoro a causa della crisi economica. In un paese benedetto da decenni di piena occupazione ed equa distibuzione dei redditi, e in una società imperniata sul rapporto feudale vitalizio azienda-dipendente, la condizione di disoccupato non poteva non assumere contorni particolarmente tragici. Spesso lo hoomuresu è una persona che ha scelto di abbandonare la famiglia per sottrarsi allo scandalo della propria improduttività. A volte la sua decisione assume i tratti di una vera protesta sociale, sia pur tinta di rassegnato fatalismo orientale. E' una questione di fiducia tradita, di morale civile violata, è il trauma di scoprirsi abbandonati. Come ebbe a scrivere un acuto osservatore anglosassone (il musicologo William Malm), la peggiore sciagura concepibile per un giapponese è "non appartenere". La fase pionieristica dell'ormai decennale saga degli hoomuresu ha avuto come protagonisti gli ex-addetti del settore edile, cui di anno in anno sono andati aggiungendosi elementi di diversa estrazione e di diversa età. Oggi nel mondo dei vagabondi giapponesi sono rappresentate un po' tutte le tipologie e tutte le generazioni di lavoratori. La progressione del fenomeno è stata impressionante. Sembra che nel 1994 il popolo degli hoomuresu contasse circa 4mila individui, concentrati quasi esclusivamente a Tokyo; oggi si parla di 50mila persone, sebbene le cifre siano piuttosto controverse. Le tendopoli degli hoomuresu evidenziano chiarissimi segni di organizzazione. Le biciclette, forse il bene più prezioso dei barboni giapponesi, sono ordinatamente parcheggiate in apposite aree (reminiscenza del fatto che in Giappone chiunque non dimostri, documenti alla mano, di possedere un parcheggio non può acquistare un'automobile?). Fili tesi tra un albero e l'altro fungono da tendipanni per i singoli "isolati" dell'accampamento. La spazzatura è in genere ammucchiata in spazi riservati. Non è raro vedere avventurosi allacciamenti alla rete elettrica pubblica. Anche la creatività che contrassegna l'impianto delle singole tende tradisce uniformità e concertazione. Un po' ovunque, per esempio, il sistema di ancoraggio dei tiranti conosce una sola alternativa: manici di ombrello conficcati nel terreno o vecchie batterie d'automobile dal peso a prova di tifone. Di fatto espulsi dalla società ed esclusi dal suo complicatissimo gioco di relazioni, i diseredati nipponici hanno dato vita a una società parallela, informata a regole precise e dotata di propri codici urbanistici, morali, ingegneristici, civili: una società regredita, ma non destrutturata, un mondo imparagonabile a quello dei mendicanti nostrani. Alcuni hoomuresu sono ancora parzialmente preda dell'atavico impulso al lavoro, che si traduce in una ronda notturna a caccia di lattine vuote. L'accattonaggio e le derive criminali sono invece praticamente sconosciuti. Forse per questo l'opinione pubblica appare assai poco interessata alla questione degli hoomuresu. Isolatissimi i fenomeni di intolleranza. Isolate le iniziative a sfondo filantropico, appannaggio dalle chiese buddiste e cristiane, cattolici in testa. Quanto al governo e alle amministrazioni locali, l'uno e le altre se ne stanno chiusi in un silenzio imbarazzato e inoperoso. L'espugnazione di suolo pubblico, intanto, continua.

|da tokyo _ luca vanni _ 5.2003|
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