MADE IN JAPAN
mode e modi dal paese del sol levante
 
Requiescat in pachin

Nel suo celebre Ore giapponesi, uno dei libri più belli e oggi più fuorvianti sull'universo nipponico, Fosco Maraini confessa di non essere mai riuscito a comprendere perché l'intelligente e fantasioso popolo del Sol Levante consacri tanta parte del suo scarso tempo libero al trivialissimo gioco del pachinko. Il pachinko ("pachìn" è il suono prodotto dalla percussione di un oggetto metallico) è una sorta di flipper verticale, derivato da un trastullo americano per l'infanzia. La dinamica di gioco è di una semplicità sconcertante. Introducendo qualche banconota nella macchina, ci si procaccia una "dose" di sfere metalliche, che, prelevate automaticamente da un'apposita vaschetta, entrano in circuito. La macchina le spara in campo a raffica, dando inizio alla loro lenta caduta attraverso una giungla di spilli e respingenti. La traiettoria delle sfere è parzialmente controllabile mediante una manopola, che regola l'intensità del lancio iniziale. Cadendo, le palline si dirigono verso una serie di aperture, alcune delle quali programmate per produrre punti. Questi si traducono in nuove palline. Allo scadere del tempo di gioco le eventuali sfere rimaste nella vaschetta vanno portate alla cassa, dove vengono inserite in un contatore e convertite nel premio del caso. L'atmosfera delle sale da pachinko è inconfondibile. All'esterno l'edificio si presenta come un ciclopico flipper variopinto, un vero trionfo del kitsch, tra giochi di neon barocchi e alogene rococò. L'interno è straziato dal fumo delle sigarette, dal rumore infernale delle macchine in azione (tra le cento e le cinquecento unità) e dal gracchiare di caratteristiche marcette militari. Il tutto sortisce un effetto ipnotico, che a detta degli indigeni solleva l'animo dallo stress della vita quotidiana. Il primo esemplare di flipper dagli occhi a mandorla fu realizzato nei lontani anni Venti. La grande fioritura, tuttavia, risale al secondo dopoguerra, quando, in un Giappone esausto e prostrato, le biglie vinte al gioco potevano essere convertite in generi alimentari. Il seguito riscosso dall'elementare marchingegno è a tuttoggi impressionante. Dati recenti rivelano che in un anno le persone entrate almeno una volta in una sala da pachinko sono circa cinquanta milioni. Tra queste i giocatori abituali o accaniti sono trenta milioni, un quarto dell'intera popolazione nazionale. Esistono riviste specializzate sul pachinko nonché scuole per imparare a cimentarsi profittevolmente con le nuove macchine, frutto di drastici maquillages elettronici. La chiave di tanto successo, e con essa la risposta alle perplessità di Maraini, è in verità piuttosto semplice: con una buona giocata di pachinko si possono ottenere parecchi soldi. A fronte di un modesto investimento iniziale, in poche ore è possibile rimediare la paga di una o più settimane di lavoro. Basta saper scegliere le macchine vincenti. Poiché la configurazione degli spilli e la programmazione elettronica delle macchine cambia soltanto ogni tre o quattro giorni, si tratta di effettuare un sopralluogo notturno nel locale prescelto e individuare le macchine più generose; la mattina seguente si avrà cura guadagnare una buona posizione nella coda che si formerà all'ingresso della sala prima dell'apertura. A rigore le vincite in denaro sarebbero proibite. Di fatto, però, accanto ai premi ordinari - biscotti, caramelle, cioccolato, e simili - esistono anche premi "speciali", inutili gingilli in plastica (finte perle, finto oro, eccetera) da convertire illegalmente in contante. Lo scambio avviene nel retro della sala, in un locale accessibile dall'esterno, dove da un enigmatico pertugio una mano senza volto ritira la patacca e allunga il denaro. Quest'ultimo passaggio avrà chiarito che la gestione delle sale da pachinko non è in mano a pii frati cappuccini. Attratte dagli enormi profitti, non meno che dal numero elevato di transazioni di cassa, propaggini della malavita locale hanno messo le mani sul business da tempo immemorabile. Per la cronaca (ognuno tragga poi le conclusioni che preferisce) due terzi delle ventimila sale da pachinko attualmente esistenti in Giappone sono gestiti da discendenti di emigrati coreani, mentre il restante terzo è spartito tra cinesi e giapponesi. Le entrate complessive delle sale si aggirano intorno ai 230 miliardi di dollari annui, ben oltre il Pil di paesi come la Svizzera, la Svezia, l'Austria o la Danimarca e ben oltre l'intero fatturato dell'industria automobilistica nipponica. Nonostante la crescente concorrenza dei videogiochi, del karaoke e di altre forme di intrattenimento, per il pachinko l'ora della fine sembra ancora lontana. Gli sforzi per rendere le sale più aggraziate e confortevoli sembrano produrre buoni frutti: c'è chi offre capienti frigoriferi dove le gentili signore di passaggio possano stoccare temporaneamente la propria spesa, chi ha fatto incorporare nelle macchine un minischermo televisivo dove si possa seguire in diretta la partita di baseball della squadra del cuore, chi ha pensato di rimpolpare i premi ordinari mettendo in palio borse griffate, chi ha sostituito i gracchianti motivetti marziali con carezzevoli musiche ambient. Le esequie del pachinko sono per il momento limitate alle singole macchine. Quando una sala da pachinko, infatti, decide di sostituire un vecchio esemplare di flipper con uno più moderno, non è raro che si organizzino cerimonie funebri in onore dell'unità defunta, con tanto di bonzo buddista cantilenante, incenso, fiori, altare e pleurants in completo nero. Pare che lo scopo sia quello di rendere grazie alla macchina per i suoi servigi e nel contempo di pregare per le anime dei trapassati coinvolti nella produzione, nella vendita, e nell'uso dell'esemplare in questione. Quanto alla "salma", essa viene avviata al ciclo delle rinascite industriali: i componenti elettronici e gli ingranaggi ancora servibili s'incarnano in una nuova macchina, le rimanenti parti metalliche, il vetro e la plastica trovano degni impieghi alternativi, tutto in conformità - ne siamo certi - ai meriti o demeriti acquisiti.

|da tokyo _ luca vanni _ 9.2003|
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