MADE IN JAPAN
mode e modi dal paese del sol levante
 
Mai dire io

Miwa Yamashita Breve incursione nel mondo della moda giapponese con Miwa Yamashita, responsabile di textile-design marketing per il grande gruppo tessile Takisada.
Di che cosa si occupa esattamente?
«Il mio compito è quello di cercare in ogni parte del mondo materiali per confezionare abiti e accessori e di organizzarli in concept da proporre agli stilisti giapponesi. La nostra azienda seleziona e acquista stock di tessuti e di altri materiali coordinati e li propone alle case di moda. In Italia questo tipo di mediazione non è necessario: sono le stesse case di moda a condurre la ricerca e la selezione. Ma in Giappone tutto è più settorializzato e inoltre il gusto non è così sicuro. Quindi organizziamo veri e propri pacchetti di idee: per la prossima estate, per esempio, abbiamo preparato set di colori, disegni e materiali ispirati alla tradizione sartoriale dell'Italia meridionale. Li presentiamo con nomi come 'Napoli', 'Ischia', eccetera».
A quale tipo di stilista offrite i vostri concept?
«Sia a grandi aziende di confezioni sia a piccoli artigiani. I nostri pamphlet possono interessare Kenzo come una piccola sartoria di provincia».
Qual è il suo rapporto personale con l'Italia?
«Il mio interesse per l'Italia è legato esclusivamente al mio campo di lavoro. Sono stata a Prato ripetutamente, per circa tre anni, lavorando per un'azienda giapponese. All'epoca continuavo a chiedermi perché i vostri tessuti fossero così morbidi ed eleganti e perché, nonostante l'ottima tecnologia giapponese, finissimo sempre per scegliere tessuti italiani. Sono andata in Italia e ho trovato la risposta: la fantasia degli italiani è inesauribile. E lo è perché gli italiani riflettono continuamente sull'importanza dell'individuo e delle sue esigenze. In Italia il design è per l'individuo. Ho capito più a fondo queste cose a Milano, osservando da vicino la filosofia del lavoro di un giovane e vulcanico stilista come Daniele Fittole o di un navigato artista della sartoria come Mario Capano».
In Italia ha trovato interesse per la moda giapponese?
«Per le confezioni, per la produzione e per il marketing sì, ma per il nostro design e per le nostre idee no, io personalmente non ne ho trovato. Io amo la cultura giapponese, ma per quanto riguarda la moda, credo che youfuku, il vestito in stile occidentale, sia la soluzione migliore».
Siete in molti a pensarla così. L'abito tradizionale giapponese è in crisi e le case produttrici di kimono segnano il passo.
«È in atto un cambiamento di cultura. La vostra moda e il vostro stile di vita sono più comodi. La transizione, comunque, è ancora incompleta. Per esempio in Giappone manca ancora una cultura della scarpa».
Vuol dire che quaggiù la scarpa è irrimediabilmente condannata a restare una comoda ciabatta?
«I giapponesi continuano a pensare che anzitutto viene il vestito. Come voi italiani sapete bene, invece, gli accessori sono importanti, per l'uomo poi importantissimi. Credo che gli accessori stiano all'adulto come i giocattoli stanno al bambino: un bambino senza giocattoli è un controsenso. Come dicevo, lo stile e il gusto giapponesi sono in evoluzione. Il mercato della buona scarpa si sta allargando. Un'altra lacuna, nonostante qualche lieve miglioramento, riguarda l'eleganza interiore, il modo di indossare i vestiti occidentali. È un'eleganza innata, ma è anche qualcosa che si può imparare. In compenso mi sembra che gli europei si stiano involgarendo».
La tradizione giapponese dà molta importanza alla forma. Dietro la superficie della forma c'è qualcosa?
«Sì, c'è qualcosa di profondo. Purtroppo anche questo sta cambiando, ma alle radici della nostra tradizione estetica c'è sempre stato un principio essenziale: il silenzio. Soprattutto non pronunciare "io"».
La mia impressione, però, è che dentro di sé il giapponese questo "io" lo tenga ben presente.
«Certamente. Lo pensa. Ma non lo dice. Le cose che non si dicono sono belle, ecco il nostro principio estetico tradizionale. Questo si riflette anche nella scelta dei colori e dei disegni. I colori giapponesi sono aimai, cioè ambigui, indecisi. Il verde non è proprio verde, il blu non è esattamente blu. Persino il grigio non è proprio grigio».
Qual è il punto d'incontro tra il gusto italiano e il gusto giapponese?
«La provincialità? Siamo entrambi popoli di agricoltori e abbiamo una mentalità provinciale, campagnola. Ciò significa che il rapporto personale è molto importante. Penso che sia un elemento positivo. Gli americani, per esempio, possiedono una razionalità più fredda».
E i cinesi, che avanzano a grandi falcate?
«Ah, la Cina! Ci serviamo spesso da loro. Il livello della produzione locale ha ormai raggiunto standard europei. In Giappone è opinione diffusa che in termini di qualità l'Europa stia perdendo colpi, mentre la Cina avanza a grandi passi. E a prezzi stracciati».

|da tokyo _ luca vanni _ 1.2004|
INDICE | HOME PAGE | MAPPA