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MEMORIE paesaggi e personaggi del territorio |
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Deputato? No grazie, ma con misura
Non è più tempo di epistolari. La rapidità - anche la fretta - dell'informazione prevarica sul gusto della comunicazione.
Non sarà inopportuno allora, proprio per non adagiarsi nel costume corrente, riprendere in mano ad esempio l'epistolario
manzoniano, possibilmente nell'edizione critica curata da Cesare Arienti per i 'Classici Mondadori'. Purtroppo, a quanto risulta,
l'epistolografia è un genere letterario alquanto trascurato nella nostra scuola. Eppure le lettere costituiscono un modo
straordinario per rendere lo spirito di un tempo e lo stile di un'epoca, di un autore, oltre a offrire spunti di curiosità,
novità, aneddotica. Nel caso del Manzoni, poi, anche le minime occasioni di scambio offrono lo spunto per manifestare la
sorvegliata riflessività, la garbata moralità, quelle sintesi di illuminismo e cristianesimo proprie dell'autore de
I Promessi Sposi. Danno occasione di rivivere un costume civile di rapporti che direi salutare in tempi di preoccupante
involgarimento. Troviamo nell'epistolario manzoniano, esemplarmente curato dall'Arienti, al quale mi riferisco anche per le
informazioni in nota, alcuni riferimenti a personaggi e situazioni aronesi che è di qualche interesse riprendere.
Ecco una lettera, così esemplarmente manzoniana pur nella sua occasionalità e brevità, indirizzata a Giuseppe Bottelli
e datata «Milano 15 febbraio [18]40»: «Caro Bottelli, vederti vorrei, non iscriverti, trattenermi con te, non con un
pezzo di carta, foss'anche incomparabilmente migliore di questo, che la mia Teresa t'ha così ben descritto. Ti rammenti
di quelle chiacchierate, lunghe a misura d'orologio, corte a misura del mio piacere, che si facevano anni or sono?
E ora, quando potremo sperare d'averti qui, almeno per qualche giorno? Ho parlato di te col bravo e buon padre Giulio
[un frate minore, teologo e predicatore, poi arcivescovo di Lucca], e il soggetto e l'interlocutore mi piacevano ugualmente;
ma io vorrei anche te in persona. Dammi subito questa speranza, e riducila presto a effetto, e intanto conserva la tua
preziosa benevolenza al tuo / Manzoni". Questa, così profumata del garbo manzoniano - uno stile di leggerezza e rigore affettuosi
- non è l'unica indirizzata a Giuseppe Bottelli, nato nel 1763, e quindi ormai avanzato in età, teologo, latinista,
cappellano ad Arona e apprezzato nella società letteraria dei primi decenni dell'Ottocento. Il Bottelli era in corrispondenza
con i maggiori letterati dell'epoca: amico di Foscolo, ne aveva tradotto in esametri latini I Sepolcri. Al Manzoni era
arrivato tramite il Grossi, nella cerchia dei pochi intrinseci al grande Alessandro, e per i suoi rapporti con gli Stampa,
la famiglia del primo marito di Teresa Stampa, poi seconda moglie del Manzoni. Il biglietto (più che non lettera) sopra riportato,
ma così squisito, accompagnava notizie dell'edizione del 1840 de I Promessi Sposi, inviate appunto da Teresa Manzoni.
Il Bottelli, oltre che latinista, era anche un agguerrito "manzonista". Possedeva una copia, scrupolosamente annotata con
perizia filologica, dell'opera manzoniana che sarebbe interessante ritrovare in qualche anfratto della casa parrocchiale.
Morì nel 1841, a breve distanza dalla missiva manzoniana: la familiarità milanese, nel 1840, era ormai un gradito ricordo
più che una possibilità presente. Com'è noto, gli aronesi elessero Alessandro Manzoni deputato, all'unanimità, nelle
elezioni suppletive del 1° ottobre 1848 (l'avversario era l'avvocato Gabriele De Medici). Grande sostenitore della
candidatura era stato il canonico Luigi Boniforti, figura di spicco del Risorgimento aronese, oggi un po' spaesato
e malinconico nel suo pensoso busto sul lungolago. Un suo articolo di sostegno era apparso sul glorioso Risorgimento, da poco
fondato da Cavour. Per fargli accettare la candidatura, una delegazione di notabili aronesi, guidata da Felice De Vecchi,
aveva fatto visita al Manzoni a Lesa, dove lo scrittore dimorerà a lungo dopo gli eventi del marzo milanese. A Felice De Vecchi
Alessandro Manzoni scrive da Lesa in data due ottobre 1848 per rinunciare alla nomina. La lettera è stata meritoriamente
stampata e diffusa nelle scuole (sarebbe possibile ripetere l'iniziativa?), ormai tempo fa, dall'amministrazione Aghemio.
E' comunque lusinghiero per Arona ripeterne un passaggio: «Ma sarà per questo [per la rinuncia] spezzato il vincolo per me così
onorevole, col quale Arona voleva legarmi a sé? Mi sia permesso sperar di no. Dalla mia parte è un vincolo di riconoscenza,
che durerà quanto la mia vita». Ma sarà soprattutto il caso, ai fini dell'educazione civica di giovani e adulti, riflettere
sulle motivazioni addotte per la rinuncia. In queste parole ben ritroviamo la saggezza e l'ironia, in una parola lo stile di
vita, oltre che di scrittura, manzoniano. «Come è per alcuni in dovere il prender parte ai pubblici affari, così è per altri
in dovere non meno preciso l'astenersene; e sono quelli i quali, non per un'accidia che prenda il velo di modestia, ma per una
vera e spassionata cognizione di sé medesimi, se ne sentono incapaci...». Atteggiamento ribadito nella lettera di rinuncia
inviata il 13 ottobre 1848 al presidente della Camera piemontese, in quel momento Vincenzo Gioberti: «...è un dovere impiegare
le proprie forze in servizio della patria, ma dopo averle misurate...». Modestia sincera perché tradotta in opere;
ironia nei confronti di chi non conosce quella modestia. Va da sé che l'ammonimento manzoniano a saper valutare le proprie
forze e capacità riguarda in primo luogo, e oggi, coloro che affrontano un impegno pubblico. Tuttavia il senso classico -
e cristiano - della misura, della "discrezione", che accomunava nel sentire Bottelli e Manzoni, e aveva le sue radici nella
civiltà delle lettere, resta un prezioso insegnamento. Non a caso la scuola è stata un punto di riferimento distintivo,
anche in epoche non lontane, della tradizione aronese.
|giulio quirico _ 1.2003|
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