MEMORIE
paesaggi e personaggi del territorio
 
Piemontesi, il "Ciclone" sfortunato

DOMENICO PIEMONTESI Il motto con cui gli appassionati impararono presto a identificarlo era «o la va o la spacca». Questo per il suo modo di correre allo sbaraglio, senza tatticismi. Domenico Piemontesi, di cui a inizio 2003 è caduto il centenario della nascita, era un attaccante puro, dotato di straordinaria carica psicologica e potenza muscolare. Amava vivere le corse in prima linea, sempre da protagonista, condizionando e infiammando ogni competizione. Poco tempo prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1987, dichiarò: «Quello di oggi è un ciclismo che non mi piace: è quasi computerizzato. I corridori sono tutti ragionieri e così ci sono troppe volate affollate. Ai miei tempi, invece, si combatteva dal primo all'ultimo chilometro su strade cosparse di ghiaia e senza assistenza meccanica». Il "Ciclone" - così venne ben presto soprannominato Piemontesi, complice una fuga di duecento chilometri durante la prima tappa del Giro d'Italia 1926 - nacque a Baraggia di Boca l'11 gennaio 1903. Iniziò a gareggiare a 17 anni, spinto da due amici che l'avevano visto pedalare mentre si recava in bicicletta al lavoro. Vinse già all'esordio, a Cureggio, guadagnandosi un premio di 20 lire. La prima di una lunga serie di affermazioni: ancora giovanissimo battè, a Vanzaghello, i reduci del Giro d'Italia. Li staccò sul Marchirolo. E rischiò di essere malmenato: ma per fortuna all'arrivo c'erano alcuni suoi tifosi. Nel 1922 era già uno dei migliori dilettanti d'Italia, e subito dopo passò fra gli Indipendenti, una categoria che comprendeva i professionisti senza contratto. E nel 1923 eccolo all'Atala con uno stipendio di mille lire al mese. Un anno importante fu il 1926: dominò la prima parte della corsa rosa (durante la sua carriera prese parte a dodici Giri). A Torino arrivò con 20 minuti di vantaggio su Girardengo e quasi un'ora su Binda. Solo che alla quarta frazione, da Firenze giù sino a Roma, ruppe il telaio. Il regolamento impediva allora il cambio di bicicletta, e così al campione borgomanerese non rimase altro che il ritiro. Invece nel 1928 cadde nella Roma-Pistoia mentre stava mettendo alle corde Alfredo Binda. Sulle strade della penisola ha comunque conquistato una seconda posizione e un terzo posto. Fu protagonista, nel 1927, anche della prima edizione dei campionati del mondo disputati ad Adenau. Ma la sfortuna si ricordò di lui, come al solito, a un giro dalla conclusione. Riuscì comunque a classificarsi terzo. Si impose Binda davanti a Girardengo. E a completare il trionfo azzurro ecco Belloni quarto. Tante le sue vittorie: nel '22 e nel '32 la Tre Valli Varesine, nel '27 il Giro dell'Emilia e la Milano-Modena, nel '33 il Giro di Lombardia e nel '36 il Giro della Provincia di Milano a cronometro a coppie (accanto a lui Learco Guerra). Altrettanto ricco l'elenco delle piazze d'onore: nel '27 al campionato italiano, nel '29 al Giro della Catalogna e nel '32 al Giro di Lombardia. Fu anche un re delle 'Sei giorni'. Per esempio a quella di Milano 1928 con il belga Van Kempen mise in difficoltà Binda e Girardengo, e gli organizzatori invitarono allora "Ciclone", cui diedero 7mila lire, a lasciare il successo a quest'ultimi. Incredibile episodio quello che gli accadde a Napoli. Trovò nella sua auto un bambino, di nome Gianni, che gli disse di voler restare sempre con lui perché era il suo campione preferito. Piemontesi lo riportò dai suoi genitori che tuttavia glielo affidarono. Il ragazzino rimase così nella casa di Boca del corridore per quattordici anni. Finita la carriera, non rimase - se non per un breve periodo come direttore sportivo di Nencini e del borgomanerese Fornara - nel mondo del ciclismo. Si dedicò invece all'attività di commerciante di biciclette, motorini e auto.

|marco g. fornara _ 5.2003|
INDICE | HOME PAGE | MAPPA