MEMORIE
paesaggi e personaggi del territorio
 
(In)attualità di Cavallotti

Per alcuni aspetti Felice Cavallotti, nella cui vita Dagnente, come è noto, occupò un posto fondamentale di buen retiro, e che ne custodisce le spoglie (ma quanti giovani saprebbero oggi spiegare il significato di quel cenotafio in stile babilonese posto quasi a fare da pendant laico al Sancarlone?), è consegnato al passato. Il gusto tardo romantico del suo tempo, espresso in un'arte oscillante tra goticismi e orientalismi, non risparmia tratti e atteggiamenti cavallottiani, a partire dalle opere teatrali e fino ai famosi duelli. L'opacità che sembra avvolgere oggi la sua figura in campo storiografico e politico è però tutt'altro che giustificata. La sua apparente inattualità è sospetta. Sono usciti - e ne ha dato tempestiva notizia il Territorio- gli atti di un convegno promosso qualche anno fa su Felice Cavallotti dal Comune di Arona, sempre meritorio quando valorizza la cultura locale, un po' meno quando vuole rivaleggiare con eventi metropolitani. Il testo (Felice Cavallotti, Atti del convegno - 7 marzo 1998 - Arona, a cura di Luigi Polo Friz, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano), mette bene in luce il contesto dell'attività frenetica di Cavallotti intorno ai due poli del giornalismo e della vita politica. Si sofferma sui rapporti con Dagnente, ben analizzati anche nel libro di Antonio Zonca (Felice Cavallotti, il monumento, In faccia al monte e al lago... per larga plaga intorno, Oleggio, Eos, 1998). Colpisce l'attiva presenza dell'Estrema Sinistra tra i due laghi nel secondo Ottocento: oltre a Cavallotti, Bertani a Miasino, Benedetto Cairoli a Belgirate, con frequenti incontri a Meina nella villa Bedone. Se aggiungiamo qualche apparizione di Garibaldi possiamo ben dire di aver ospitato nel dopo Risorgimento l'Estrema anticlericale e prima, in epoca risorgimentale, il cattolicesimo di Manzoni e Rosmini. Ma torniamo all'attualità di Cavallotti. Datata è la sua poesia, oggetto di un bel saggio di Marziano Guglielminetti negli atti citati, ove, pur nel quadro di una prospettiva storicizzante, risalta invece la vitalità dell'oratoria e della produzione giornalistica del "bardo della democrazia". E poiché oratoria e giornalismo erano in lui al servizio dell'attività politica, se ne deduce che è opportuno rivendicarne l'attualità. Negli anni Settanta del secolo ormai scorso si assistette non a caso a un revival cavallottiano. Accanto a un saggio fondamentale di Galante Garrone, uscirono opere di Colapietra, Vernizzi, Spadolini, Colarizzi. C'erano ragioni più profonde delle assonanze verbali tra il radicalismo di Cavallotti e il radicalismo di Pannella alla base di quella riscoperta. Esistevano allora spiriti cavallottiani: in primis Galante Garrone, lo stesso onnivoro Spadolini, per certi aspetti il cattolico Jemolo e in genere gli azionisti. Per essi l'eredità di Cavallotti si riassumeva nell'urgenza della questione morale che egli aveva posto nei suoi termini storico-politici, rimasti nel Dna della nazione italiana. Dai tempi di Berlinguer, il quale pure la interpretava in termini ideologici, la Sinistra non ha più parlato di "questione morale". Eppure basterebbe pensare a Tangentopoli, ai suoi drammi e ai suoi limiti, per mostrarne la presenza sulla scena politica attuale. Perché il termine è in disuso, quando la sostanza è la ragion d'essere dei morettiani con Di Pietro? Non solo. Cavallotti fu certo un focoso oppositore al governo di Crispi (e del re). Fu soprattutto un costruttore della democrazia, epiteti altisonanti a parte. Basterà riprendere il Patto di Roma, attorno al quale si impegnò a riunire i frammenti della già allora dispersa Sinistra italiana. Alle esequie di Cavallotti, Filippo Turati pronunciò le famose parole: «...qui non a un uomo diciamo addio, ma a una generazione di uomini...», volendo esprimere la fatale necessità del passaggio al socialismo. Oggi, forse, si impone la difesa della non fatale democrazia e dei valori propugnati nel Patto di Roma: la capacità riformatrice, le autonomie locali e della magistratura, l'anti-trasformismo, la laicità e il senso dello Stato, con l'eguaglianza dei diritti. A Cavallotti sarebbe piaciuto molto il recente (Einaudi 2002) libro di Giuseppe De Rita, Il regno inerme. Società e crisi delle istituzioni, che si apre con la parola "indignazione".

|giulio quirico _ 8.2003|
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