MEMORIE
paesaggi e personaggi del territorio
 
Nel terzo centenario della morte di Gio. Pietro Pinamonti (Orta 1703)

Sarebbe troppo facile ripetere la nota domanda manzoniana di fronte al suo nome. Il padre gesuita Gio. Pietro Pinamonti (Pistoia 1632 - Orta 1703) fu scrittore e predicatore di larga popolarità, costantemente ricordato nella storia dell'ordine ignaziano accanto a Paolo Segneri, suo compagno nell'apostolato (come si diceva allora, oggi si preferisce il termine "attività pastorale") e più di lui fortunato nella considerazione delle storie letterarie. Il Pinamonti morì il 25 giugno 1703 mentre si trovava sulla Riviera d'Orta - ancora possesso vescovile - per la predicazione delle missioni. A Orta ebbe "esequie funerali coll'intervento di tutte le Terre dei luogo, Terre molto civili, con al centro la famosa isola di San Giulio. Fu il cadavero preceduto da numerose Confraternità, e da 170 Sacerdoti, e seguito da un torrente di popolo di molte, e molte migliaia di persone, le quali con tenerissimo pianto deploravano la dolorosa perdita del padre dell'anime loro". Così riferisce una cronaca premessa alla edizione delle sue opere (Pezzana, Venezia. 1764), che prosegue: "Racchiuso in una cassa di noce, con sopra una piastra di piombo, che dava breve contezza del suo tesoro, riposto nella cappella dell'Immacolata Concezione, dove fin'allora nessun altro era stato sepolto, con decreto pubblico in più che nessun'altro si seppellisse, ma restasse nella memoria dell'amatissimo e stimatissimo lor padre Pinamonti. Così terminò i suoi giorni il padre Gio. Pietro Pinamonti angiolo di costumi, indefesso missionante, e religioso esemplarissimo". Nella deliziosa chiesa parrocchiale di Orta una lapide ne tramanda la memoria. Lo stile del barocco aggraziato di Santa Maria Assunta ben si conviene all'oratoria elegante del gesuita, che ritengo non debba essere irrimediabilmente confinata nel passato, come non lo è l'opera dei gesuiti ad Arona e a Gozzano, sul nostro territorio. La popolarità del Pinamonti, dimostrata dalle edizioni delle sue opere, oggettivazione e alimento della predicazione per tutto il Settecento, rintracciabili nella biblioteca dei parroci più sensibili, era consegnata alla popolarità di una pratica viva per secoli lungo la storia della devozione e della pietà, nel contesto della civiltà contadina: un aspetto della nostra storia che meriterebbe maggior attenzione e che si rinnova con difficoltà in questa desolante civiltà della televisione. Adriano Prosperi in Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari (Torino 1996) ne ha offerto un quadro interpretativo, utile per un approfondimento in direzione locale. Non gli sfugge l'opera di Pinamonti, ricordato per La religiosa in solitudine, ove si elabora un modello di santità femminile rigorosa. Il Prosperi si sofferma soprattutto sulla esemplarità della direzione spirituale secondo il missionario gesuita, affidata a Il direttore. Metodo da potersi tenere per ben regolare le anime nella via della perfezione cristiana: "Il confessore - cito da Prosperi - doveva trasformare il rito distratto e frettoloso nell'inizio di un percorso che avrebbe portato quel peccatore sulla via della perfezione... Bisognava dimostrare al penitente che i suoi mali richiedevano non 'il medicamento istantaneo di una subita assoluzione', ma un trattamento lungo, per il quale era necessari che quel peccatore si scegliesse 'un confessore stabile di molto zelo'". Fedele interprete della metodologica pastorale dei gesuiti, ai suoi tempi già solidamente sperimentata, coerente nell'applicare alla prassi pastorale quanto era stato oggetto di riflessione teorica, il padre Pinamonti merita di non essere dimenticato. La sua ortoprassi ci interpella ancora, ravvivando le sue pagine. Alcuni contenuti possono apparire datati: chi parla ancora di peccati e di Inferno? Ma il suo stile sorvegliato è funzionale alla esplorazione della complessità dei temi, e sa elevarsi alla commossa passione di un sentire religioso profondo. Non a caso al centro della sua riflessione stavano gli Esercizi di sant'Ignazio da Loyola, ancora carta di riferimento per la spiritualità cattolica.

|giovanni otto _ 12.2003|
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