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FACCIA A FACCIA persone, personaggi e interviste ai margini della cronaca |
Alessandro Carnelli. Con la bacchetta in mano
«Cari genitori, da grande voglio suonare quello strumento lì». Era uno splendido violino che faceva bella mostra di sé nella
vetrina di Pedroli Pianoforti di Arona e l'aspirante violinista aveva solo sei anni. Per fortuna i genitori lo hanno preso
sul serio e oggi Alessandro Carnelli, con i suoi ventott'anni ha in mano qualcosa di più dell'archetto di un violino. Ormai
è la bacchetta da direttore d'orchestra a far parte del suo presente e ancora di più del suo futuro. Non si può dire che in
questo caso i suoi desideri di bambino siano rimasti un sogno nel cassetto.
I genitori sono stati importanti nella formazione di una grande carriera musicale? «Decisamente. Prima di tutto hanno pensato di fare la cosa più semplice: lasciare perdere il violino per il momento, e mandarmi a scuola di pianoforte dalla signorina Caterina Ducoté [recentemente scomparsa, ndr], che aveva dato lezioni private a tutti gli aronesi che intendessero cimentarsi con la tastiera. Ma non mi sono fermato lì, dopo la scelta dei genitori, sono venuti i grandi maestri. Frequentavo la scuola media quando era appena finito il restauro dell'organo della Collegiata di Santa Maria e da Paolo Crivellaro ho imparato come suonare uno strumento più complesso del pianoforte. Poi è venuto il momento degli esami al Conservatorio di Novara mentre mi diplomavo al liceo classico nella mia città, e successivamente il perfezionamento con il maestro Borri dello stesso Conservatorio, mentre mi laureavo in lettere moderne a indirizzo musicologico presso l'Università degli studi di Milano. Sono stati anni in cui mi sono sentito particolarmente sotto pressione ma in cui ho avuto modo di completare un ciclo di studi classici e una formazione musicale di tutto rispetto». Da quel momento Alessandro Carnelli poteva dirsi in grado di trovarsi di fronte una grande orchestra "pronta ai suoi comandi"? «Non ancora. E' il maestro Tagliabue a Milano che mi ha insegnato le peculiarità tecniche dei vari strumenti che compongono un ensemble musicale, che spesso un direttore d'orchestra non può saper suonare in prima persona, ma che deve conoscere abbastanza, sia per quel tutto armonico che deve saper ottenere dalla somma di ogni sonorità particolare, sia per essere in grado di spiegare tecnicamente a ogni orchestrale con quali accorgimenti desidera che sia eseguito il brano. O ancora sono di fondamentale importanza, per essere precisi nel correggere errori che abbassano la qualità di un'esecuzione. Si viene presi sul serio solo se si dà prova di alta professionalità tecnica e se ci si pone umanamente nel modo giusto, con quella fermezza richiesta dal rigore della partitura, piuttosto che dall' imposizione del proprio ruolo». Un ruolo che è meglio esercitare con la "propria orchestra" o con formazioni diverse magari spostandosi costantemente da una parte all'altra del mondo? «Anche i grandi direttori, quelli più famosi, scelgono generalmente di suonare con la stessa orchestra di cui sono a tutti gli effetti i direttori stabili. In questo caso è tutto più semplice. Per mettere a punto uno spettacolo d'opera o un grande concerto, viene impiegato un terzo del tempo perché tutti si basano su reciproche aspettative ormai collaudate. Anche Muti lavora meglio con l'Orchestra della Scala o con i Wiener Philarmoniker che conosce da anni». Anche lei avrà presto una "sua orchestra"? «Ad Arona ho tenuto alcuni concerti con l'Orchestra Swarowski. A Novara mi hanno affidato per un anno la direzione dell'Orchestra giovanile del Conservatorio per proporre un récital di arie d'opera in occasione del centenario della morte di Giuseppe Verdi, e ora ho in previsione di dirigere l'Orchestra Millenium, una formazione giovanile di una ventina di elementi che attualmente ha sede a Varese, ma ancora non abbiamo parlato concretamente della scelta del repertorio, né del calendario degli impegni». Quando si tratta di repertorio è permesso a un direttore d'orchestra avere delle preferenze? «Le mie vanno alla musica sinfonica e operistica del periodo classico e romantico e alle loro peculiarità. Nessuno immagina che sia più difficile eseguire bene una sinfonia di Rossini piuttosto che una di Mahler. Il romanticismo esprime tensione spirituale e ammette che questa faccia tutt'uno con la fatica dello strumentista, il classicismo al contrario esige che gli arpeggi più virtuosistici avvengano come un ammiccante gioco di prestigio, di cui non deve mai apparire lo sforzo». E lo sforzo nei momenti di emergenza? «Quello è tutto nelle mani del direttore d'orchestra. Bisogna recuperare tutte le voci nella generale sfasatura senza panico. Una volta, ho lasciato finire un'intera frase ad una cantante che aveva attaccato in anticipo di una battuta, mentre incitavo gli orchestrali a non interrompere. Il tutto con il sorriso sulle labbra, ma alla fine del concerto mi sono arrabbiato». |emanuela pradella _ 4.2002|
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