FACCIA A FACCIA
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Bruno Caraffini. Ci vuole un pollice verde

Bruno Caraffini Quello che oggi va di moda chiamare "il verde", pubblico o privato, è una ricchezza che raramente è stata compresa e valorizzata nel modo giusto. A maggior ragione merita stima chi ha dedicato ad esso gran parte del proprio tempo e della propria passione, fin dagli anni in cui questo argomento non riempiva facilmente la bocca. Sul nostro territorio una delle figure più rappresentative in questo senso è Bruno Caraffini, aronese di adozione da lunga data, docente per molti anni all'istituto Cavallini di Lesa e poi alla media Giovanni XXIII di Arona, in contatto con la facoltà di Agraria di Torino e collaboratore con importante riviste specializzate di floricoltura, autore di volumi editi dalle prestigiose Edagricole, uno dedicato alla camelia, uno alla kalmia e uno, in collaborazione con il professor Pier Luigi Ghisleni, direttore della facoltà di Agraria a Milano, all'azalea-rododendro. Per le edizioni dell'Informatore Agrario ha invece pubblicato il primo volume dedicato in Italia all'actinidia, ossia la pianta che produce i kiwi. Caraffini è inoltre tra i fondatori del Garden Club aronese e responsabile dei corsi di Botanica all'Unitre di Arona.
Come è nata e si è sviluppata questa passione per le piante?
«Provengo da una famiglia di agricoltori, sono cresciuto tra il piacentino e il parmense, dove il contatto con la natura era forte. L'insegnamento poi mi ha consentito di coltivare un rapporto non strettamente utilitaristico con le piante, di osservarle in modo approfondito, anche attraverso la sperimentazione. Ogni pianta è un essere vivente con un proprio carattere, una propria personalità, proprio come noi».
In base alla sua esperienza, come vede la situazione del verde, in particolare quello pubblico, nelle nostre zone?
«Non sempre nell'eseguire nuovi impianti si è tenuto e si tiene conto delle caratteristiche di una pianta, per esempio dello sviluppo dimensionale. In questo modo si rischia poi di spendere milioni per limitare questo sviluppo mediante tagli e potature, che a loro volta trasmettono infezioni e malattie. Questo non ha molto senso, se si pensa che esistono numerose varietà a medio sviluppo. Chi progetta nuovi impianti spesso è mosso da esigenze immediate, per esempio mettere una macchia di rosso in quel punto, ma bisogna saper prevedere cosa succederà negli anni a quella particolare varietà di pianta. In giro purtroppo si vedono situazioni molto negative: in alcune località c'è stata una vera e propria forestazione del lungolago, che negli anni creerà dei problemi. In altre è ancora peggio: sono state piantate delle specie da orto botanico che nascondono completamente il lago alla vista. Il primo dovere di chi realizza aree di verde pubblico dovrebbe essere quello di soddisfare i committenti dell'opera, ossia i cittadini, creando qualcosa che svolga bene la sua funzione e possa durare nel tempo».
Quali sono, a suo avviso, le specie da scegliere nel nostro territorio?
«Non è facile rispondere. Bisognerebbe valutare caso per caso. La magnolia, per esempio, è una pianta che sopporta molto bene i tagli di contenimento. Una volta era più utilizzata, sul lungolago di Arona ne esisteva un'alberata. Ha il difetto di perdere ogni giorno qualche foglia, ma coi sistemi per la nettezza urbana attuali non è un fatto gravissimo. Però i criteri di giudizio cambiano coi tempi: i tigli che bordano diversi viali aronesi quando sono stati piantati, diversi decenni fa, erano una buona scelta, perché c'erano meno case e meno inquinamento di adesso, e per potare si usavano mezzi meno drastici della motosega. Oggi invece sarebbe sconsigliabile piantarli: nell'ambiente attuale soffrono e si ammalano facilmente. Senza contare che ci sono molte persone allergiche al loro polline, fatto un tempo praticamente sconosciuto. Lo stesso vale per i platani, sono diventati troppo sensibili a certe malattie e all'inquinamento».
Domanda di attualità: cosa pensa dei giardini di corso Repubblica e dell'intervento in fase di esecuzione?
«Bisogna premettere che quei giardini erano stati progettati da un vivaista, e che erano state piantate troppe piante. Nessuno ha poi avuto negli anni il coraggio di operare una selezione, e nemmeno una seria manutenzione. I Pinus pinea, per esempio, avrebbero sviluppato molto meno l'apparato radicale se la chioma fosse stata sottoposta a periodici tagli di contenimento. Certamente pertanto alcune piante avevano sofferto. Gli abbattimenti effettuati sono stati approvati da chi di dovere: forse potevano essere meno drastici, ma ormai sono stati eseguiti. Mi chiedo semmai perché le piante abbattute sono state lasciate lì per parecchi giorni, proprio durante le feste e in un momento di grande passaggio turistico: per chi ama gli alberi non era un bello spettacolo. Si poteva inoltre affiggere un cartello che spiegasse perché si era intervenuti in quella maniera... Spero ad ogni modo che ora, con i nuovi impianti che seguiranno, non vengano commessi altri errori destinati a creare in futuro situazioni problematiche».

|giacomo fiori _ 1.2002|
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