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Le Settimane e la musica operistica inusuale
Stresa _ La bacchetta alzata di Gianandrea Noseda e l'Orchestra nazionale della Rai pronta ai suoi comandi sono stati un buon inizio per le Settimane musicali di Stresa, che da quarantadue anni non abbandonano il connubio fra bella musica e grandi professionisti per dare al pubblico qualcosa di memorabile. In un contesto simile si può anche dare il via venerdì 22 agosto, con qualcosa di inedito come la composizione Karumi Kana della trentenne torinese Carla Rebora, reduce da premi per nuove composizioni sia per chitarra sia per orchestra e capace di maneggiare abilmente moderne suggestioni liriche e contemporanee soluzioni stilistiche all'insegna di un abbandono del concetto tradizionale di suono e di armonia. Ne è nato qualcosa di stilisticamente perfetto come le proporzioni matematiche, ma di difficile ascolto per i non addetti ai lavori. Anche Giuseppe Martucci, cui la voce di Barbara Frittoli ha dato la possibilità di far ascoltare al meglio il suo genio con La canzone dei ricordi op.68, ha creato qualche difficoltà di ascolto ai semplici appassionati di musica classica. La sua liricità soffusa e malinconica, i suoi passaggi delicati e piani con l'andamento della serenata o del pianto sommesso non hanno neppure permesso alla bravura di un soprano giustamente famoso di far risaltare appieno la sua voce pastosa e i suoi acuti capaci di riempire la scena di calda sonorità. In questo c'è poi riuscito Nino Rota, di cui è stata eseguita La strada, suite per orchestra dal balletto, dimostrando che se l'autore è famoso per le sue colonne sonore di felliniana memoria, le sue composizioni sono in grado di reggere la scena, riempiendola di andamenti musicali capaci di fondere abbastanza bene suoni e rumori in un tutto armonico e a tratti maestoso, anche senza il supporto delle immagini. La conclusione della serata affidata a Bolero di Ravel, che con il suo crescendo ossessivo e tanto scontato da rendere il pubblico partecipe di un evento roboante e contagioso, ha permesso di riascoltare magistralmente ben eseguito un brano tanto conosciuto e da sempre apprezzabile. Qualcosa di particolarmente noto ha preso nuovamente possesso del palcoscenico del Palazzo dei Congressi di Stresa martedì 26 agosto con un autentica chicca per gli appassionati del genere: Don Giovanni, curiosamente andato in scena in versione integrale con tanto di recitativi e persino di interpretazione scenica. Anche senza scomodare costumisti, scenografi e registi, un cast vocale di prim'ordine, con alle spalle parecchie rappresentazioni del lavoro mozartiano nei migliori teatri del mondo, ha saputo sfruttare al meglio ogni anfratto della sala, moltiplicando le entrate e le uscite di scena, seguendo opportunatamente l'andamento della vicenda e regalando al pubblico un gioco semi-scenico, capace di fare di un'opera d'arte immortale il divertimento spontaneo di un'intera serata. Perfettamente a loro agio i grandi interpreti che sembravano strizzare l'occhio al pubblico nei loro abiti moderni pur calandosi perfettamente nei loro ruoli settecenteschi, mentre erano capaci di emettere gli acuti più arditi e i vocalizzi di più grande agilità con la naturalezza di una chiacchierata fra amici che dopo più di duecent'anni si è rivelata sempre perfettamente in grado di mantenere inossidabile il suo smalto. A dare ancora più credibilità alla scena ha pensato il fortuito aspetto esteriore di questi interpreti: dalla reale delicatezza ingenua di Irina Mataeva nel ruolo di Zerlina alla giovinezza spensierata di Umberto Chiummo nei panni di Masetto, dalla bellezza matura di Barbara Frittoli (Donna Elvira) all'austero contegno che Mariella Devia ha conferito a Donna Anna. O ancora dalla sicurezza di sé con cui la figura atletica di Natale De Carolis ha interpretato Don Giovanni o quella di Nicola Ulivieri ha dato corpo al servo Leporello, fino alla rigida compostezza del Don Ottavio di Massimo Giordano o alla figura possente di Serguey Alexashkin nel ruolo del Commendatore. Una serata tanto gradevole quanto inedita e frizzante, ma solo dietro le quinte a spettacolo terminato si poteva notare sui volti la fatica dei cantanti e del direttore d'orchestra Gianandrea Noseda, alle prese con più di due ore di musica tanto bella quanto di difficile esecuzione. La fatica degli organizzatori del festival deve aver riguardato invece più che altro il budget di una stagione che serate come questa devono aver messo a dura prova. Però ne è valsa sicuramente la pena. [emanuela pradella _ 14.9.2003]
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