Borgomanero _
Ai nostri giorni si parla sempre di meno. Gli sms sono il modo più veloce per scambiarsi informazioni
e sensazioni che non possono superare le dieci parole. La fretta e il generale frastuono del traffico
o della radio, dei macchinari di tutti i tipi o della musica assordante rendono difficile, per la voce
umana, conquistare uno spazio, oppure diventa addirittura impossibile tentare di raccontare qualcosa
senza preoccuparsi di essere esclusivamente concisi. Cantastorie e trovatori non sono neanche un bel
ricordo, ma addirittura qualcosa che si perde nella notte dei tempi. Eppure è esattamente questo che
Lucilla Giagnoni ha fatto a Borgomanero giovedì 18 dicembre al Teatro Nuovo, con la regia di Paola Rota
e l'organizzazione de Il Contato e del Teatro Giacosa di Ivrea. Ha raccontato una storia, la storia di
Antonia vissuta nel novarese dal 1590 al 1610 e lo ha fatto senza guardare l'orologio, ma parlando
ininterrottamente per due ore filate, dando vita e colore ai propri personaggi con il solo supporto
della propria voce, di un buon tecnico delle luci e di un mantello bianco su di un lato e rosso
sull'altro con cui giocava i cambi di scena e che alla fine diventava pian piano la metafora del
bianco della semplicità e del rosso del martirio come se uno fosse il rovescio dell'altro. Antonia
era una trovatella di quelle abbandonate sulla grande ruota di legno all'ingresso delle Case di Carità.
Ha avuto la fortuna di poter lasciare l'istituto per conoscere un altro mondo, quando è stata adottata
da una coppia di contadini di Zardino, un paesino sulle rive del Sesia che i secoli hanno cancellato
dalla carta geografica. E lì viveva un'esistenza spensierata e felice malgrado i dettami della Controriforma
un bel giorno avessero reso meno piacevole la vita di tutti, con i divieti e le penitenze imposti dal
nuovo parroco. Ma Antonia era uno spirito libero abituato a godere della bellezza del mondo senza preoccuparsi
delle regole del gioco sociale. E' così che ha commesso alcune "imprudenze" decisamente imperdonabili: troppi
pretendenti rifiutati, un vagabondo per amante, un povero handicappato che, innamorato di lei, aveva finito con
l'essere inutilizzabile per i lavori pesanti. C'era poi dell'altro che giocava a suo sfavore: era troppo bella
per essere una trovatella. Poi c'erano le inevitabili disgrazie di un paesino: qualche malattia improvvisa,
un animale nato deforme, la pioggia che tardava a venire o l'estate troppo calda che tardava a finire. Era il
capro espiatorio giusto. Aveva solo vent'anni quando, dopo orribili torture salì sul rogo come strega in una piazza
di Novara davanti a tutta la gente che poi, credendosi libera da disgrazie e avversità, fece festa per ore. Una
storia tratta dal libro di Sebastiano Vassalli
La chimera, vincitore del premio Strega e Campiello, che ha
tenuto ben desta l'attenzione degli spettatori malgrado il palcoscenico del teatro fosse troppo scarno e irrimediabilmente
troppo vuoto intorno alla brava interprete, e anche tecnicamente improponibile, perché una vicenda antica e
toccante come questa avrebbe avuto bisogno di un luogo dall'atmosfera più appropriata. Per esempio le mura di un antico
convento o quelle stalle dove una volta nelle sere d'inverno si narravano tante storie o addirittura proprio quel cortile
del broletto di Novara, che lei aveva attraversato in catene per l'ultima volta...
[emanuela pradella _ 22.12.2003]