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cronache e notizie 2004

Dall'Hospitale ossolano al San Biagio di Domodossola

Domodossola _
«Gli ospedali sono nati dalla libera iniziativa di persone che, avendo a cuore l'uomo malato, hanno cercato nei secoli di dare una risposta dignitosa e, ultimamente, anche bella a questo bisogno». In questa frase si riassume il senso della mostra Il bene e il bello. I luoghi della cura: cinquemila anni di storia, allestita nell'ex reparto di ortopedia all'ospedale San Biagio di Domodossola a cura dell'associazione Medicina & Persona. Una mostra itinerante, presentata pochi anni fa al Meeting di Rimini e inaugurata in Ossola venerdì 16 gennaio. Pannelli testuali e fotografici, modelli in legno di alcuni dei più importanti ospedali italiani e una sezione nuova, dedicata alla storia del San Biagio, che rimarrà nel nosocomio domese anche dopo il 23 gennaio, data di chiusura dell'esposizione. Un percorso lungo la storia di un'istituzione, l'ospedale, che ha avuto la sua origine nell'alto Medioevo, come ha spiegato Luca Belli, esponente di Medicina & Persona, durante l'incontro di apertura della mostra. Una storia impregnata dallo spirito della carità cristiana; gli ospedali sono nati per iniziativa dei vescovi, obbligati a istituirli fin dal Concilio di Nicea e subito affidati alle cure di frati e suore, congregazioni religiose e laicali. Non erano originariamente solo luoghi di cura; innanzitutto servivano ad accogliere e assistere ogni genere di bisognosi, nei quali la carità portava a vedere il volto di Cristo sofferente. Per questo poteva accadere che, in un'epoca che non conosceva le norme igieniche, si raccomandasse ai frati di portare il cibo ai ricoverati lavandosi sempre prima le mani; era innanzitutto un gesto di rispetto verso quelle persone, che dovevano «essere servite come fossero signori». Un atteggiamento positivo verso la vita, che portava a cercare di rendere bello il luogo dell'assistenza a chi soffre; Luca Belli ha documentato con diapositive questo tentativo in alcuni degli edifici storici degli ospedali italiani; l'Ospedale Maggiore di Milano, ad esempio. A questa cultura fu affidata per secoli l'assistenza ai poveri e ai malati di ogni genere; il "secolo dei lumi" e più ancora l'epoca napoleonica troncherà bruscamente quest'esperienza, statalizzando istituzioni e opere di soccorso ed estromettendone le congregazioni religiose. Il risultato sarà un crollo delle donazioni private e la necessità di un costante finanziamento pubblico di tali istituzioni: a questo si accompagnerà anche un'indiscutibile razionalizzazione organizzativa e scientifico-tecnologica degli interventi. Lo Stato-tuttofare però non soddisferà le esigenze crescenti di un'epoca come quella moderna; nell'Ottocento si ha un forte risveglio dell'iniziativa libera, nata nella società civile, sostenuta da offerte gratuite, secondo quello che la Chiesa indica come "principio di sussidiarietà". Ne saranno protagonisti sia il movimento socialista che quello sociale cattolico. Il percorso illustrato della mostra narra anche la storia dell'ospedale domese, iniziata ufficialmente nell'anno 1245, come ha spiegato il medico domese Giuseppe Godio, che ha curato la parte ossolana dell'esposizione. A dire il vero, lo studioso locale don Tullio Bertamini ritiene probabile che un "Hospitale" esistesse a Domodossola già prima; ipotesi che Godio ritiene plausibile, dato che simili luoghi di accoglienza esistevano già fra le montagne ossolane. Erano luoghi di accoglienza e assistenza per pellegrini o persone in difficoltà, normalmente gestiti dai frati; a Domodossola si trattava dei Francescani, la cui presenza per secoli ha significato abnegazione, servizio e accoglienza, fino a quando non furono cacciati, nell'epoca napoleonica, per far posto all'assistenza di stato. Il loro ospedale si trovava nei pressi della splendida chiesa gotica di San Francesco, distrutta all'inizio del XIX secolo per far posto all'attuale Palazzo San Francesco: l'area su cui sorgeva è oggi occupata da un elegante palazzo pieno di negozi, affacciato su Corso Fratelli Di Dio. L'ospedale, che dalla fine del Trecento fu intitolato a San Biagio, venne amministrato dal Comune a partire dalla seconda metà del 1500, ma ancora nel secolo successivo dipendeva, come direzione, dal vescovo di Novara. Era ancora soprattutto un ente di assistenza; la sua vocazione medica risale a dopo la grande peste nel 1629. Anche a Domodossola l'epoca napoleonica portò alla confisca dei beni e alla statalizzazione delle opere di asistenza, sotto la Congregazione di Carità. La sede attuale del San Biagio fu occupata nel 1882; l'edificio più antico, ancora oggi visibile, era un albergo chiamato 'Stabilimenti Bagni Albasini'. Sono solo alcune delle notizie storiche raccolte da Godio grazie al lavoro di alcuni storici locali; don Bertamini, Sebastiano Ferraris, don Prada, Benigno Negri. Notizie che possono ancora incuriosire e stupire molti domesi, probabilmente poco informati sulla storia del loro ospedale. Dati storici che, come ha sottolineato Godio, dimostrano come il San Biagio sia il frutto di un'infinità di donazioni, giunte persino dagli ossolani migrati in America e dell'impegno gratuito di migliaia di persone (oggi le chiameremmo "volontari"). Questo succedeva ancora fino a pochi decenni fa: anzi, ne abbiamo alcuni esempi tuttora. Senza le donazioni - ha ribadito Godio - l'ospedale non esisterebbe neppure.

[mauro zuccari _ 19.1.2004]
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