Arona _
Il 2 novembre, presso la Casa del Popolo, Ettore Mo ha illustrato il suo nuovo libro
Treni
("
Nove viaggi ai confini del mondo e della storia", edito da Rizzoli), nel corso di una serata
- ovvero "spunto per una chiacchierata sulla politica internazionale, con particolare attenzione alla
notte elettorale americana" [chi voleva avrebbe potuto seguire in diretta fino all'alba l'evolversi
dei risultati,
ndr] - moderata da Riccardo Bevilacqua e Bruno Zanon, ed estesa anche ad altri
temi legati in particolare all'esperienza di Mo come inviato speciale del
Corriere della sera.
«Negli ultimi anni ho disertato i teatri di guerra - ha esordito Mo - mentre il giornale ha ritenuto
che dovessi valorizzare storie drammatiche ai confini del mondo come quelle che ho raccontato in questo
libro». Una su tutte, la battaglia tra il condor e il toro che si svolge sulle Ande peruviane: «Si
tratta di un rito dal profondo significato, presso quelle popolazioni il condor rappresenta l'elemento
locale, mentre il toro incarna l'elemento spagnolo. Per catturare il condor mettono una carcassa in una
conca, il condor entra per cibarsene e viene catturato con una rete. L'operazione è naturalmente molto
pericolosa. Il condor viene quindi ubriacato con degli alcolici, poi legato con delle corde che passano
direttamente sotto la pelle del toro. Allora inizia la battaglia, che dura per ore, finché i due animali
sono esausti: ma non vengono uccisi, il condor alla fine è liberato e il toro viene curato. Un combattimento
davvero epico, omerico». Non potevano mancare le domande su due tra i fronti più caldi del pianeta, l'Iraq
e l'Afghanistan, di cui Mo è un grande conoscitore: «In Iraq non vado, oggi è impossibile per un giornalista
lavorarci. Si deve restare chiusi in un albergo perché uscire è troppo pericoloso, si rischia di essere rapiti
o uccisi. Le notizie paradossalmente sono quelle che arrivano dall'Italia perché sul luogo non si può raccogliere
nulla. Ho seguito il caso di Enzo Baldoni, lo conoscevo solo di vista, ma trovo che abbia sbagliato chi ha detto
che è andato in Iraq a cercare la morte: cercava la notizia, il grande
scoop, che è quello a cui deve
puntare chi fa il giornalista, altrimenti ha sbagliato mestiere. Può darsi che sia stato avventato, ma sulla
stampa italiana ho letto dei commenti veramente ingiusti sulla sua fine. In Afghanistan invece so che la situazione
è esplosiva, ci sono tre capitali e tre eserciti. I talebani sono tornati e stanno riacquistando peso nell'area
intorno a Kandahar. Karzai conta poco, è un uomo legato all'America e inviso alle altre fazioni. Ecco, in Afghanistan
tornerei, tutte le volte che ci sono stato ho sempre detto che quella era l'ultima e poi invece...». Un'altra domanda
ha riguardato il modo in cui, sempre in base all'esperienza di Mo come giornalista in aree "calde", gli occidentali
sono visti dalla popolazioni degli altri continenti: «Le classi dirigenti hanno in genere rispetto, anzi vedono gli
occidentali come gente più evoluta. Presso le classi popolari ho sempre riscontrato una grande simpatia per l'Italia,
come italiano sono sempre stato accolto con simpatia e anche con calore, mentre constatavo che per i colleghi inglesi
o francesi o tedeschi non avveniva lo stesso».
[giacomo fiori _ 5.11.2004]